Crisi, panico finanziario, previsioni al ribasso: la Cina è ancora la fabbrica del mondo?

L’attività nell’industria manifatturiera cinese è andata prosciugandosi velocemente negli ultimi quattro anni, con le aspettative degli investitori di nuovo delusi a gennaio con l’indice PMI (official purchasing managers’ index) che ha registrato il peggior record negativo dall’agosto 2012 attestandosi sul livello di 49,4 al di sotto del limite convenzionale di 50 punti che segna lo spartiacque tra crescita e recessione. Si tratta del sesto mese consecutivo di contrazione dell’attività manifatturiera, sotto i colpi della grave pressione sui prezzi e la sovrapproduzione che attanaglia settori chiave come l’energia e l’acciaio, proprio mentre migliaia di lavoratori dell’industria siderurgica europea manifestano a Bruxelles chiedendo misure efficaci contro i produttori cinesi a tutela del dumping ai danni dell’industria domestica.

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Le proteste dei lavoratori siderurgici a Bruxelles contro le importazioni cinesi di acciaio e la concessione dello status di economia di mercato (MES) alla Cina, sul quale anche l’Italia ha sempre manifestato forti perplessità e forti critiche condivise

Nel frattempo il governo ha messo in atto una strategia che mira alla ristrutturazione del sistema per una transizione rapida dalla manifattura industriale al potenziamento del terziario, incoraggiando le aziende di servizi. Il direttore dell’Ufficio di Statistica, Mr. Wang Baoan, ha recentemente dichiarato alla stampa che la Cina vedrà una accelerazione importante nella ridefinizione del mercato, con diversi settori industriali tradizionale che declineranno rapidamente in favore di nuovi settori che “avranno uno sviluppo vigoroso destinato a stimolare ulteriormente la vitalità del mercato”. Piuttosto che un rapido aumento nei servizi e nei consumi tuttavia, diversi analisti internazionali hanno evidenziato come la ristrutturazione sia piuttosto una reazione al declino della crescita nell’industria tradizionale (con il crollo del tasso di crescita al 6,0% rispetto al 7,3% registrato nel 2014) a fronte di un sottile aumento del tasso di crescita dei servizi dal 7,8% al 8,3% lo scorso anno.

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Il premier indiano Modi presenta il piano Make in India

Intanto il governo  cinese guarda con rinnovato interesse a Make in India, la campagna di attrazione investimenti del governo di New Delhi, confermando che i vicini di casa costituiscono un’area di forte interesse per gli investitori cinesi come testimonia l’invio di diverse delegazioni ufficiali negli ultimi summit sull’industria manifatturiera tenuti a Mumbai. Il Console Generale della Repubblica Popolare cinese a Mumbai conferma l’interesse dichiarando che la cooperazione bilaterale tra i due paesi può sbloccare un enorme potenziale economico nel campo della manifattura industriale.

Se andiamo ad approfondire l’evoluzione dell’industria manifatturiera cinese, notiamo immediatamente come l’elettronica di consumo sia il segmento più rilevante e che sta subendo l’impatto più negativo nella congiuntura attuale. La Cina finora è sempre stata il maggior produttore di elettronica di consumo al mondo, fabbricando ed assemblando qualsiasi cosa dai telefoni cellulari ai complessi sistemi satellitari, con una crescita media dell’11% (CAGR) negli ultimi sei anni, che ha determinato che quasi il 40% dei prodotti elettronici esistenti al mondo sia made in China. Nello stesso momento, il rallentamento della crescita sta ponendo con forza quesiti importanti: la Cina sarà ancora la fabbrica del mondo per l’elettronica di consumo nel prossimo futuro?

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Lavoratori cinesi della Foxconn tradizionale fabbrica degli iPhone

Sono divere le ragioni alla base del rallentamento dell’industria elettronica, ed il fattore più importante è sicuramente la riduzione generalizzata della domanda globale di prodotti elettronici, che è comune a tutti i produttori del mondo anche fuori dalla Cina. Le vendite globali di prodotti elettronici tradizionali sono molto basse da diversi anni, ma l’effetto sostituzione degli enormi volumi di vendita dei prodotti mobile come smartphone e tablet, ha colmato il gap. Adesso che anche questi prodotti stanno uscendo dalla propria età dell’oro e la crisi globale che incombe, l’effetto negativo sta avendo un impatto tangibile su tutti i paesi orientati alla produzione manifatturiera. Dal punto di vista della produzione, inoltre, la Cina sta gradualmente accusando il colpo nella battaglia per il low cost. Negli ultimi sei anni i salari sono aumentati del 16% in media, finendo per determinare una situazione in cui un operaio cinese guadagna il doppio di un collega thailandese, tre volte tanto rispetto ad un indonesiano, e addirittura il quadruplo se facciamo il confronto con il Vietnam.

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Foreign workers entering Vietnam aiming to get a factory job

Senza dubbio il governo cinese ha la forza necessaria per influenzare direttamente l’industria attraverso la svalutazione monetaria che potrebbe incoraggiare le esportazione ma anche con forti investimenti nelle infrastrutture che sono già discrete, seppure abbiamo visto come macro-progetti poco ponderati siano al centro di forti critiche,  oppure nella produzione capital intensive come il settore dei semiconduttori.

Le aspettative più consistenti (ed ottimistiche) fanno affidamento su una crescita che sarà guidata sempre meno dalla produzione low cost. Piuttosto sarà influenzata sempre di più dalla crescente expertise della manodopera locale ed un conseguente orientamento maggiore verso i prodotti complessi, la produzione di componentistica ad alta tecnologia e la parallela crescente importanza dei brand cinesi sul mercato.

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Xiaomi uno dei massimi produttori di smartphone e tablet in Cina, che sta approdando con effetti dirompenti sui mercati asiatici. Una vecchia pubblicità ancora più eloquente dopo le recenti performance di mercato. 

[Credits: header photo by Jayphen Simpson – via Unsplash.com]

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